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IL SISTEMA

Toward the Turin Food Policy. Good Practices and Visions

in TORINO METROPOLI by

All’interno del progetto Food Smart Cities for Development Giacomo Pettenati e Alessia Toldo, insieme a Maria Bottiglieri, dirigente del Settore Cooperazione Internazionale e Pace del Comune di Torino, hanno condotto un primo esercizio di mappatura di esperienze virtuose, fra politiche, progetti e pratiche, di tipo istituzionale ma anche di natura marcatamente bottom up, localizzate principalmente all’interno della città di Torino. La mappatura è stata presentata all’interno di una pubblicazione, scaricabile gratuitamente come ebook dal sito di FrancoAngeli (qui il link) che raccoglie anche scritti di altri autori, che riflettono sulle visioni per una futura politica del cibo della città. Il volume è chiuso da uno scritto di Wayne Robert, storico attivista sui temi delle food policies e Direttore del Toronto Food Policy Council dal 2000 al 2012, che propone una serie di riflessioni sulle potenzialità di Torino Metropolitana rispetto ai temi della pianificazione alimentare.

La mappatura delle pratiche, seppur senza pretesa di esaustività (sarà presto disponibile una versione italiana della pubblicazione, con un aggiornamento di una ventina di pratiche) rappresenta un esercizio tanto importante quanto strategico, non solo perché ha aggiunto un tassello in termini di conoscenza e rappresentazioni del sistema alimentare urbano; ma anche perché è stata una buona occasione di dialogo e confronto fra i suoi diversi soggetti, contribuendo potenzialmente a orientare la governance alimentare della città verso un orizzonte di maggiore integrazione, partecipazione e sostenibilità.

La schedatura restituisce un panorama ricco e variegato, segno di un grande interesse e coinvolgimento sui temi del cibo nelle sue varie dimensioni (ambientale, sociale, culturale, economica, ecc.). Una prima analisi tematica, a cui ne stanno seguendo altre legate alla natura dei soggetti, dei territori coinvolti, dei rapporti con le istituzioni, etc…) mostra un primo gruppo che tratteggia l’evoluzione della governance alimentare urbana attraverso la schedatura dei già citati processi e delle progettualità europee di più ampio respiro (fra cui i progetti Torino Smile, Torino Capitale el Cibo, Nutrire Torino Metropolitana).

Nel secondo, invece, vengono presentate quelle esperienze che, pur perseguendo finalità commerciali, si collocano all’interno di una logica più sistemica di promozione e sostenibilità del ciclo alimentare, non solo in termini economici, ma  anche ambientali e sociali. In quest’ottica sono state censite pratiche come quelle degli alternative food networks (i Farmer’s Market, i Gruppi di Acquisto Solidali), ma anche proposte istituzionali e non per la (ri)costruzione e valorizzazione del rapporto fra prodotti locali e territorio e fra produttori locali e consumatori.

Il terzo gruppo raccoglie le progettualità accomunate da obiettivi espliciti di sostenibilità ambientale, in particolare per quanto concerne l’utilizzo agricolo degli spazi verdi, urbani e periurbani, fortemente promosso ed esplicitamente sostenuto dalla pubblica amministrazio­ne attraverso progetti puntuali (gli orti urbani, circoscrizionali, gli orti sociali, ecc.) ma anche iniziative più sistematiche, come il progetto Torino Città da Coltivare.

Il quarto è dedicato alle progettualità di cooperazione internazionale allo svi­luppo sui temi della sicurezza alimentare e del diritto al cibo. La seconda concerne invece la dimensione culturale del cibo, compresi gli eventi che contribuiscono a consolidare l’immagine (esterna e interna) di Torino città del cibo (basti pensare a Terra Madre-Salone del Gusto).

Il quinto ripropone solo alcune delle attività ordi­narie e delle iniziative più puntuali che vedono coinvolti sul tema più ampio del cibo e dell’alimentazione i due atenei (Politecnico e Università) e i tanti centri di ricerca. Questa mappatura di esperienze virtuose è stata un esercizio tanto importante quanto strategico, non solo perché ha aggiunto un tassello in termini di conoscenza e rappresentazioni, seppur non esaustive, del sistema alimentare urbano; ma an­che perché è stata una buona occasione di dialogo e confronto fra i suoi diversi soggetti, contribuendo così a orientare la governance alimentare della città verso un orizzonte di maggiore integrazione, partecipazione e sostenibilità.

Inoltre, il censimento delle pratiche mo­stra la loro generale antecedenza rispetto ai processi di food policy e rivela un tessuto sociale e culturale pronto e maturo per essere coinvolto in una strategia più complessa e strutturata.

In questo senso, se l’obiettivo più importante, allo stato attuale, è far convergere e dialogare pratiche e processi, nonostante scale e micro-finalità differenti, la domanda più cruciale riguarda il territorio pertinente a questa azione di governance: qual è la scala giusta su cui agire? La città, la Città metropolitana? L’area dei comuni metropolitani più prossimi a Torino? E come intrecciare queste diverse scale?
Infine, in questo elenco di questioni aperte non può mancare la necessità di interrogarsi sulle forme di legittimazione dei processi e sui canali di dialogo e azione fra le istituzioni e i decision maker, il possibile soggetto di riferimento delle urban food policy (Food Council o Food Commission) e gli attori del sistema, in un’ottica di costruzione di nuove forme di dialogo tra rappresentanza istituzionale e competenze.

 

Per approfondimenti
Bottiglieri M., Pettenati G., Toldo A., 2016, Toward Turin Food Policy. Good Practices and Visions. Milano: FrancoAngeli.
Bottiglieri M., Pettenati G. , Toldo A., 2016,  Verso la Food Policy di Torino: processi e buone pratiche, Territorio, 79, pp. 27-29, ISSN 1825-8689

Vermont

in IL SISTEMA/MONDO by

Titolo: Farm to plate. A 10 year strategic plan for Vermont food system

Anno: 2013

Ambito territoriale: Vermont

Stato: Stati Uniti

Popolazione interessata: 626.000

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Qui il link al sito della Food Strategy

Credits: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Vermont_fall_foliage_hogback_mountain.JPG#filelinks

Nutrire Torino Metropolitana

in TORINO METROPOLI by

Nutrire Torino Metropolitana – NTM, frutto della collaborazione fra Città Metropolitana e Università di Torino, rappresenta fino ad oggi il punto forse più avanzato del percorso di costruzione di una nuova governance alimentare e di una politica del cibo alla scala metropolitana.

NTM ha cercato di raccogliere, integrare e valorizzare l’eredità di tutte le esperienze pregresse, locali e sovralocali, con ricadute dirette e indirette sul tema del cibo, con l’obiettivo di costruire una strategia alimentare sistemica, condivisa e partecipata. Il suo primo obiettivo concreto è stato la co-progettazione di un’Agenda Metropolitana del Cibo, intesa non solo come documento di principi, né come un rigido masterplan, quanto piuttosto una sorta di “mappa di proposte e temi d’azione” in grado di favorire, riproducendole, motivazioni, conoscenze, indicazioni, primi indirizzi progettuali verso un obiettivo concreto di qualità alimentare, quotidiana, diffusa e accessibile a tutti.

Pensato come un processo a step successivi, NTM ha avuto avvio con una prima fase strutturata in un ciclo di tre incontri partecipati, secondo una logica il più possibile inclusiva in rapporto agli obiettivi da raggiungere e alle attività previste.

Il primo evento, dal titolo “conoscersi”, a cui hanno partecipato oltre un centinaio di attori del sistema alimentare, è stato organizzato come una sorta di happening con l’obiettivo di stimolare l’interesse e la riflessione sulla necessità di una politica alimentare integrata e, contestualmente, dare visibilità al capitale di esperienze e pratiche innovative attive sul territorio metropolitano.

Al secondo evento, dal titolo “confrontarsi”, erano presenti più di cento operatori della produzione e della distribuzione piemontese, consumatori, esperti e tecnici delle istituzioni che si sono confrontati – per la prima volta tutti insieme – sulle grandi sfide imposte dalla prospettiva di città che mangiano e territori che producono, all’interno di uno scenario contemporaneamente globale e locale.

Il terzo incontro, che ha chiuso la prima fase del processo con la restituzione ai partecipanti dei risultati delle giornate precedenti, ha dato avvio a un confronto strutturato per la costruzione della politica alimentare metropolitana. In quest’ottica, agli oltre cento partecipanti è stato chiesto di convalidare otto temi di lavoro, da intendersi come possibili ambiti concreti di azione per lo sviluppo futuro del sistema alimentare metropolitano: (i) educazione e formazione; (ii) informazione e conoscenza; (iii) distribuzione e piattaforme logistiche; (iv) public procurement; (v) semplificazione; (vi) premi e incentivi alla qualità; (vii) pianificazione territoriale; (viii) nuove forme di governance[1]. Allo stato attuale, NTM è rimasto sospeso tra la fine della prima fase e l’inizio della seconda. Alcuni temi, infatti, come quello legato al public procurement, sono stati oggetto di approfondimento e di recente sono stati avviati diversi incontri preliminari, finalizzati all’avvio di politiche del cibo alla scala dei singoli sistemi del cibo – come il Chierese, il Pinerolese, l’Eporediese, la Valsusa – che compongono il più ampio sistema metropolitano.

[1] Per informazioni sul processo e maggiori dettagli sui temi si veda lo speciale sul sito della Città Metropolitana (http://www.cittametropolitana.torino.it/speciali/2015/nutrire_torino/) e anche l’articolo di Dansero E., Di Bella E., Peano C. e Toldo A., “Nutrire Torino Metropolitana: verso una politica alimentare locale”, Agriregionieuropa, 12 (44), 2016 scaricabile a questo link https://agriregionieuropa.univpm.it/it/content/article/31/44/nutrire-torino-metropolitana-verso-una-politica-alimentare-locale.

Le città, come le persone, sono ciò che mangiano

in Senza categoria by
Credits image: photo by Giacomo Pettenati

Le città, come le persone, sono ciò che mangiano

(Carolyn Steel, Hungry Cities, 2008)

Sebbene il dibattito internazionale abbia da alcuni anni legittimato l’importanza del rapporto fra cibo e città, in molti paesi, fra cui l’Italia – in cui il cibo e l’alimentazione costituiscono elementi portanti e riconosciuti della cultura, ma anche dello sviluppo economico – le ragioni per cui il cibo andrebbe inserito come priorità nelle agende di politica urbana appaiono ancora poco evidenti.

Ma quali sono queste ragioni?

La più ovvia, ha ovviamente a che vedere con una semplice evidenza numerica: il pianeta da nutrire è sempre più popoloso e la popolazione è sempre più urbana. Secondo i dati delle Nazioni Unite, nel 2007 lo scenario dello sviluppo globale è stato segnato dal superamento di un’importante soglia simbolica: il sorpasso della popolazione rurale da parte di quella urbana (UN, 2014). Nel 2014, la quota di popolazione urbana ha raggiunto il 54% e le stime prevedono un incremento fino al 66% nel 2050, che equivale a oltre 6 miliardi di persone, sui 9 totali.

Questo significa che nelle città già si concentra, e si concentrerà sempre di più, la maggior parte di quei consumatori le cui scelte individuali sono determinanti nel definire l’evoluzione del sistema alimentare. Oltre al fabbisogno alimentare crescente e alla capacità di influenzare i sistemi alimentari alle diverse scale in relazione alla domanda di cibo che si concentra al loro interno, le città sono i luoghi nei quali si localizzano i poteri e le decisioni in grado di indirizzare il sistema del cibo contemporaneo – sempre più globalizzato, industrializzato e finanziarizzato – governato da pochi attori economici e politici in grado di determinare le caratteristiche della produzione, della distribuzione e del consumo[1].

Al tempo stesso, però, le città sono i luoghi nei quali l’accesso al cibo è spesso problematico e dove esistono interi quartieri, definiti food desert, nei quali è impossibile reperire cibo fresco e di qualità, soprattutto per i soggetti culturalmente ed economicamente più deboli[2]. Le popolazioni urbane, inoltre, sono particolarmente vulnerabili di fronte ai possibili effetti localizzati di alcune dinamiche (variazioni dei prezzi delle materie prime, cambiamenti climatici, ecc.) che caratterizzano il sistema alimentare globale.

Proprio a partire dalla presa di coscienza di questa debolezza, le città rappresentano le arene politiche e culturali nelle quali i movimenti di opposizione e resistenza – più o meno radicale, consapevole ed esplicita – alle distorsioni del sistema dominante si manifestano con maggiore evidenza, attraverso diversi fenomeni.

In primo luogo attraverso l’azione politica dei cosiddetti food movements. Nella prefazione a un noto libro sui movimenti del cibo[3], Carlo Petrini ricorda come per primi essi abbiano colto le molteplici connessioni fra il cibo e tutte le altre attività umane, mettendo a fuoco come il cibo rappresenti il punto di partenza per invertire la rotta e rivoluzionare i paradigmi dominanti, non solo alimentari. Concetti come sovranità, giustizia e sicurezza alimentare nascono, si sviluppano e vengono diffusi proprio in seno a movimenti come Via Campesina e Slow Food, per citarne due fra i più noti.

Un ruolo fondamentale nella costruzione di nuovi modelli alimentari emerge anche dalle variegate attività che ricadono sotto l’ampia definizione di Alternative Food Network[4] che, negli ultimi anni, si sono moltiplicate tanto nel contesto internazionale, quanto in Italia. Gruppi di Acquisto Solidale (GAS), farmers’ market, vendita diretta, Community Supported Agriculture sono alcune delle reti e delle pratiche che si pongono in aperta rottura rispetto alle dinamiche e ai valori della Grande Distribuzione Organizzata (GDO), proponendo nuovi valori legati alla produzione e al consumo alimentare, come l’equità e il concetto di giusto prezzo anche per i produttori, ma soprattutto ricostruendo quei legami di prossimità, fisica e relazionale che le dinamiche industriali e globalizzate del moderno sistema alimentare hanno progressivamente allentato.

L’Urban Food Planning come nuova arena di decisione e azione delle città: le politiche urbane del cibo

Più recentemente, accanto alle forme di reazione attivate dalla società civile organizzata, si stanno diffondendo a livello internazionale – e da qualche anno anche in Italia – sperimentazioni legate alle cosiddette politiche urbane del cibo in cui le città, con i loro governi, si configurano come “nuovi” attori dei sistemi alimentari. Le virgolette sono d’obbligo, perché a ben vedere le città non sono nuove al tema delle politiche alimentari: i capitolati d’appalto per l’approvvigionamento nelle mense, soprattutto scolastiche, le iniziative per limitare il consumo di suolo, le scelte localizzative di negozi e supermercati sono esempi che rappresentano a tutti gli effetti scelte politiche da parte dei governi urbani in campo alimentare. La grande novità rispetto a questo tipo di approccio, di tipo puntuale e settoriale, è rappresentato dalla promozione, da parte delle città, di vere e proprie strategie alimentari integrate, multisettoriali, caratterizzate da un approccio olistico alle filiere e ai sistemi alimentari e alla multidimensionalità del cibo. Queste nuove politiche del cibo, che nel dibattito internazionale vengono spesso definite come Urban Food Strategies, si sviluppano inizialmente negli Stati Uniti e in Canada come risposta alle esternalità negative – connesse in particolare ai problemi di salute pubblica e accesso al cibo – generate dal sistema alimentare dominante che si ripercuotono a livello locale e le cui conseguenze tendono ad acuirsi nei nodi urbani. Il dibattito individua alcune realtà pioniere, come le grandi aree urbane nordamericane e canadesi, tra tutte Toronto. Successivamente il fenomeno si è esteso anche a Londra e alle piccole e medie città del Regno Unito (che hanno costituito un network di “Sustainable Food Cities”[5]) e del Nord Europa, ma anche, con caratteristiche molto diverse, dell’Australia, della Cina, del Brasile e del Sud del mondo[6]. Più di recente, anche i paesi del Sud Europa, come la Grecia, la Spagna e l’Italia stanno cominciando a realizzare processi partecipati di food policy. Milano è la prima città italiana ad aver approvato una politica urbana del cibo. Realtà come Bergamo e Livorno si sono attivate in questa direzione e Torino (il cui caso verrà approfondito nel capitolo che segue) ha da tempo avviato diversi percorsi inclusivi di ascolto del territorio come punto di partenza su cui costruire una strategia alimentare urbana.

In termini più generali, si tratta di politiche di natura volontaria e generalmente non vincolante che, a partire dall’identificazione di grandi visioni auspicabili e condivise – generalmente connesse a parole chiave come sostenibilità, resilienza, equità e giustizia – definiscono obiettivi integrati, da raggiungere attraverso partenariati misti, ma soprattutto ricorrendo a un ampio coinvolgimento e a una partecipazione il più possibile democratica della società civile. In questo senso, i due principali denominatori delle strategie urbane del cibo sono certamente l’approccio sistemico al tema del cibo, che si traduce in politiche tese a integrare e connettere attori, risorse e strumenti e l’inclusione della società civile all’interno dei processi.

Anche se ogni città sviluppa un proprio peculiare e contestualizzato processo di definizione, adozione e attuazione di una politica alimentare è possibile riconoscere alcune fasi comuni, che caratterizzano soprattutto le esperienze nordamericane e nordeuropee[7]:

  1. una fase iniziale, di tipo più informale, avviata generalmente a partire dall’interesse di singoli individui in ambito istituzionale, o dall’impegno di gruppi di interesse locali (associazioni, reti di economia solidale, ecc.);
  2. una fase di istituzionalizzazione del processo attraverso la sua adozione da parte del soggetto pubblico, ma anche di altri attori locali sufficientemente strutturati e organizzati da essere riconosciuti e legittimati all’azione;
  3. una fase di tipo analitico, condotta generalmente dalle istituzioni, dalle università o da altri centri di ricerca, finalizzata alla valutazione del sistema alimentare e alla mappatura dei suoi attori[8].
  4. un processo partecipato, secondo schemi e modalità differenti, che coinvolge attori e stakeholder del sistema nella definizione di obiettivi e priorità della futura food policy;
  5. la costruzione e la successiva adozione di una prima dichiarazione di intenti, formalizzata in una Carta, un’Agenda o un Manifesto del cibo (si veda, per esempio, la storica food charter di Toronto), talvolta sottoscrivibili da soggetti collettivi o singoli via web, come accade per molte food charter inglesi, (Durham, Oxford, Bristol, ecc.);
  6. l’istituzione di una nuova struttura di governance alimentare, generalmente definita Food Policy Council (tipicamente americani) ma anche Food Board (come quello di Londra), Food Partnership (come a Brighton) e altre forme;
  7. l’adozione di un documento strategico che, a seconda del grado di dettaglio e di operatività, può presentare la visione di sviluppo, gli obiettivi generali, gli obiettivi specifici, le singole azioni, i soggetti responsabili, le responsabilità e gli impegni di spesa, gli indicatori per il monitoraggio.

Conoscere per progettare: l’analisi dei food system come strumento di sostegno alle politiche urbane del cibo

Il progetto di Atlante del Cibo di Torino Metropolitana si colloca all’interno della terza fase, di natura analitico-valutativa, in cui le città, prima di costruire le proprie strategie, si adoperano per definire il contesto in cui le politiche andranno ad agire, con il duplice intento di capire meglio dove andare e, contestualmente, come andarci. Analisi come quelle dell’Atlante, che si propongono di svolgere il ruolo di osservatorio del sistema del cibo di Torino, sono infatti funzionali a identificare in maniera dettagliata, coerente e realistica gli obiettivi delle future politiche alimentari di un territorio e le strategie per il loro raggiungimento. Inoltre, se condotte in maniera partecipata, queste analisi contribuiscono a far emergere i bisogni dal basso, attraverso l’inclusione di soggetti diversi, nell’ottica di nuove forme di governance dei sistemi alimentari che tengano in considerazione anche, e soprattutto, le esigenze – sovente inespresse – dei soggetti più deboli.

In che modo si può analizzare un sistema urbano del cibo?

Prima ancora di rispondere a questa domande è opportuno mettere a fuoco cosa si intende per sistema del cibo in un contesto urbano. A tale scopo è utile ripartire da una delle poche definizioni che la letteratura accademica su questi temi ha prodotto, quella di sistema alimentare. Nel 1999, Kami Pothukuchi e Jerome Kaufman, nel denunciare la paradossale assenza del cibo dalle agende politiche delle città, hanno definito il sistema del cibo come la filiera delle attività connesse alla produzione, trasformazione, distribuzione, consumo e post consumo di cibo, incluse le istituzioni e le attività di regolamentazione correlate.

Il passaggio successivo, da sistema del cibo a sistema urbano del cibo, significa capire come il sistema del cibo intercetti spazi, attori, risorse e dinamiche presenti in una città e nel suo hinterland[9]. In questa logica, si osserva:

  • la fase produttiva si sostanzia in città nelle esperienze di agricoltura urbana e periurbana, ambito ampio e articolato (basti pensare alle differenze fra produrre in città o attorno alla città) e caratterizzato da una varietà di approcci e una notevole eterogeneità di pratiche che vanno dalle aziende agricole commerciali, ai parchi agricoli, fino a ricomprendere l’insieme eterogeneo delle esperienze di orticoltura, praticata in spazi pubblici e privati (orti sociali, orti collettivi, orti privati, orti scolastici, orti regolamentati o abusivi, pratiche di guerrilla gardening più o meno legali). In un’ottica di sistema del cibo alla scala di city-region è altrettanto importante conoscere le caratteristiche della produzione, analizzando il comparto agricolo in termini quali-quantitativi.
  • la distribuzione (GDO, negozi al dettaglio, mercati, alternative food network, commercio on line) è l’attività di servizio finalizzata al trasferimento dei prodotti alimentari dai produttori e dai trasformatori ai consumatori. In generale, la distribuzione alimentare intercetta le dinamiche urbane in termini spaziali (poiché ha ricadute sul modo in cui lo spazio viene vissuto, progettato, consumato, banalizzato o valorizzato), sociali (perché attiene alle relazioni fra attori) e ambientali (perché genera impatti in termini di inquinamento dell’aria, traffico e congestione, consumo di suolo, di energia, ecc.).
  • la fase del consumo urbano è complessa e difficile da analizzare, poiché attiene a una molteplicità di questioni, che vanno dagli spazi in cui si consuma (ristorazione collettiva pubblica e privata, ristorazione domestica), alle implicazioni sociali e culturali connesse alle abitudini, le tradizioni, le scelte dei consumatori, ai modi e ai tempi del consumo, alla ingiustizie socio-spaziali dell’accessibilità alimentare, al rapporto fra cibo e salute, ecc.
  • il tema dei rifiuti e degli scarti, che la FAO distingue tra food loss (nelle fasi di produzione, raccolta, distribuzione e trasformazione) e food waste (prodotto nelle fasi finali della vendita e consumo) sta assumendo una rilevanza sempre maggiore in rapporto a questioni come il cambiamento climatico globale, la giustizia sociale, l’educazione alimentare.

È dunque su questi elementi e sulla loro integrazione che si concentrano le analisi come quella proposta dall’Atlante del Cibo di Torino Metropolitana, cogliendone gli aspetti qualitativi e quantitativi, le relazioni autocontenute nel locale e quelle con i livelli superiori, in una logica di approccio multiscalare, con l’obiettivo di costituire un efficace strumento di supporto per le future politiche di questo territorio.

Note

[1] Sui temi della finanziarizzazione del cibo si vedano, fra gli altri Russi L., in pasto al capitale: le mani della finanza sul cibo, In pasto al capitale: Le mani della finanza sul cibo, Castelvecchi Editore, Città, 2014; Patel R., I padroni del cibo, Feltrinelli, Milano, 2015; mettere anche Stefano Liberti, i Signori del Cibo??

[2] Cercare un riferimento bibliografico sui food desert.

[3] Per un approfondimento sul tema dei food movements si veda, fra gli altri, Holt-Giménez (a cura di), Food movements unite! Strategie per trasformare i nostri sistemi alimentari, Slow Food Editore, Bra (2011).

[4] Sui temi delle reti alimentari alternative si veda, in italiano: Tavolo per la Rete italiana di Economia Solidale (a cura di), Un’economia nuova, dai Gas alla zeta. L’economia solidale e le sue reti: gruppi d’acquisto solidali, distretti di economia solidale, filiere corte, Altreconomia, Milano, 2013. In inglese:

[5] http://sustainablefoodcities.org/

[6] Per approfondire il tema della politiche urbane del cibo e l’evoluzione di queste pratiche nel tempo e nello spazio si veda Calori A. e Magarini A. (2015), Food and the cities, Edizioni Ambiente, Milano.

[7] Dansero E., Pettenati G. e Toldo A., “Il rapporto fra cibo e città e le politiche urbane del cibo: uno spazio per la geografia?”, Bollettino della Società Geografica Italiana, in uscita, 2017

[8] Due esempi interessanti di valutazione dei sistemi alimentari urbani sono quelli della città di Bristol, con il rapporto Who Feeds Bristo (Carey J., How Feed Bristol, Bristol, 20xx) e quello della città di Calgary (). Per un esempio a scala nazionale, si veda invece il rapporto

[9] Dansero E., Pettenati G., Toldo A., “La città e le filiere del cibo: verso politiche alimentari urbane”, in Faccioli M. (a cura di), Quali filiere per un territorio metropolitano?, Franco Angeli, Milano, 2014, pp. 186-208.

Immagine: Mercato di La Paz (Bolivia)

Credits: foto di Giacomo Pettenati

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