Author

Redazione

Redazione has 33 articles published.

Secondo Rapporto. 26 giugno 2018

RAPPORTI by

 

 

Siamo lieti di invitarvi alla presentazione del Secondo Rapporto dell’Atlante del Cibo di Torino Metropolitana, che si terrà martedì 26 giugno 2018 (ore 10.00-13.00) presso l’Aula Magna dell’Università di Torino, alla Cavallerizza Reale.

Durante l’evento, dal titolo “Costruire la città del cibo: visioni, prospettive e politiche”, verranno presentati i due approfondimenti del 2018:

  • il primo, tematico, riguarda l’analisi del sistema alimentare che nutre le persone in condizioni di marginalità socio-economica e presenta i risultati dell’indagine “Sicurezza alimentare e povertà urbana: indagine sulle pratiche di contrasto alla povertà e allo spreco di cibo a Torino” cofinanziata da Compagnia di San Paolo, a cura di Alessia Toldo, Anna Paola Quaglia e Costanza Guazzo, dell’Università di Torino;
  • il secondo, territoriale, concerne invece l’analisi relativa al sistema alimentare di Chieri e del suo territorio, nell’idea che il più ampio sistema del cibo metropolitano vada letto come il prodotto dell’interazione policentrica di una molteplicità di sistemi del cibo territoriali  (fra cui appunto il Chierese, ma anche il Pinerolese, l’Eporediese, il Carmagnolese, la Val Susa, etc). L’indagine, dal titolo “Il sistema del cibo del Chierese: tra svilupo rurale e legami metropolitani” è a cura di Giacomo Pettenati e Ilaria Vittone, dell’Università di Torino.

Chiude l’evento una tavola rotonda che avrà il compito di ripartire dalle riflessioni stimolate dai due approfondimenti per tratteggiare le prospettive di una “Torino Città del Cibo”, sia in termini di visioni, sia di politiche. Fra i partecipanti Alberto Sacco (Assessore alle Politiche commerciali, Comune di Torino), Federico Mensio (Presidente VI Commissione Consiliare – Ecologia e ambiente, Comune di Torino), Elena Di Bella (Dirigente Attività produttive, Lavoro e solidarietà sociale, Città Metropolitana di Torino), Anna Merlin (Consigliera Delegata, Città Metropolitana di Torino), Paola Molina (Responsabile Servizi ambientali, Regione Piemonte), Marina Zopegni (Assessora alle Attività produttive e commercio, agricoltura, Comune di Chieri), Carlo Massucco (Assessore alla Comunicazione, partecipazione e innovazione, Comune di Chieri), Guido Cerrato (CCIAA di Torino), Luca Scarpitti (Compagnia di San Paolo), Andrea Calori (Està, Milano).

Per informazioni e iscrizioni: atlantedelcibo@gmail.com

Scarica il programma in pdf

 

SCARICA LA BOZZA DI RAPPORTO

Copertina_qui

Indice_qui

Gruppo di ricerca e Introduzione_qui

Indagine sulle pratiche di contrasto alla povertà e allo spreco alimentare 1_qui

Indagine sulle pratiche di contrasto alla povertà e allo spreco alimentare2 _qui

Indagine sulle pratiche di contrasto alla povertà e allo spreco alimentare3_qui

Il sistema del cibo del Chierese 1_qui

Il sistema del cibo del Chierese 2_qui

Schede_qui

Quale Torino Capitale?_qui

 

SCARICA LE PRESENTAZIONI 

Introduzione_Egidio Dansero_qui

Circular economy_Franco Fassio e Nadia Tecco_qui

Contrasto alla povertà/spreco alimentare_Alessia Toldo, Anna Paola Quaglia e Costanza Guazzo_qui

Sistema del cibo  del Chierese_Giacomo Pettenati e Ilaria Vittone_qui

Primo Rapporto. Maggio 2017 (Rapporto e Volume Celid)

RAPPORTI by

Il gruppo di ricerca dell’Atlante del Cibo di Torino Metropolitana è lieto di presentarvi il Primo Rapporto 2017, che potete scaricare qui. 

Qui, invece, potete acquistare gratuitamente l’ebook del primo rapporto, pubblicato con la casa editrice Celid. Nel volume, oltre a una grafica diversa e più intuitiva, sono state aggiunti aggiunti alcuni paragrafi, in particolare:

  • L’introduzione alla collana, a cura di Egidio Dansero, Franco Fassio e Paolo Tamborrini
  • Le potenzialità di un territorio, a cura di Franco Fassio e Luigi Bistagnino
  • Cartografare dal basso il sistema del cibo: First Life e il crowdmapping, a cura di Alessia Calafiore e Guido Boella
  • Una prima lettura del sistema del cibo di Torino Metropolitana: uno, nessuno e centomila, a cura di Giacomo Pettenati e Nadia Tecco.

SI tratta di una prima fotografia, certamente non esaustiva ma trasversale e integrata, dei principali elementi del sistema del cibo metropolitano. Questo rapporto comincia a rispondere alla domanda “dove siamo?” che, passando dal mistico all’alimentare, significa cercare di capire di cosa parliamo quando affrontiamo il tema del rapporto fra il cibo e un territorio – fra il cibo e Torino, come Comune, come area metropolitana, come città-regione – che  si relaziona, in termini alimentari, con i livelli sovralocali, da quello nazionale fino alla scala globale.

Nel pensare e realizzare questo progetto siamo guidati dall’idea che l’Atlante potesse spingersi oltre la semplice restituzione dello stato di fatto del sistema alimentare (che rappresenta comunque un primo e imprescindibile passo): il nostro obiettivo è infatti che esso ci aiuti a rispondere a due domande altrettanto complesse: “dove vogliamo andare?” e soprattutto “come ci andiamo?”.
Tradotti in termini operativi questo significa usare l’Atlante come strumento da cui partire per definire obiettivi auspicabili per il futuro alimentare di Torino Mtropolitana: obiettivi che devono essere ambiziosi, certamente, ma anche concreti e soprattutto coerenti con le esigenze e le reali risorse, materiali e immateriali, di questo territorio.
Una volta individuati la partenza e l’arrivo è la volta del tragitto, della traiettoria da seguire per rispondere ai bisogni, per realizzare i progetti, per centrare gli obiettivi. Il percorso di ricerca-azione che ha coinvolto molti dei membri del gruppo di ricerca, impegnati da anni nei processi di governance alimentare a diverse scale avviati dal Comune e dalla Città Metropolitana, ci ha aiutato a capire che un progetto come questo ha senso se capace di uscire dagli ambienti puramente accademici e della ricerca (per quanto sia pensato anche per questo fine) e funzionare come strumento di sostegno alle politiche e alle progettualità espressamente tese a realizzare un sistema del cibo più sostenibile, in termini ambientali, ma anche sociali ed economici.

L’Atlante, come potrete leggere nelle varie presentazioni di questo sito e del Rapporto, ha l’obiettivo di produrre conoscenza, e aggregare quella esistente (che esiste, ma è frammentata, parziale, polverizzata e sovente non facilmente accessibile) sul sistema del cibo di Torino metropolitana, cercando di tenere insieme tutta la sua complessità spaziale e tematica.  L’Atlante analizza, mappa e comunica il sistema del cibo con l’ambizione di diventare una sorta di osservatorio abilitante, uno strumento inclusivo di indagine, e allo stesso tempo di progetto, a sostegno delle future politiche del cibo, sulla scorta di quello che già avviene in moltissime città del mondo (qui la sezione del sito in cui stiamo raccogliendo le Urban Food Strategies internazionali) e coerentemente con le indicazioni del Milan Urban Food Policy Pact, già sottoscritto dalla Città di Torino.

Si tratta, evidentemente, di una sfida complessa, perchè significa non solo mettere insieme i dati (che già di per sè è un’impresa tutt’altro che semplice!) ma mettere in relazione i fenomeni con i soggetti, gli interessi, i bisogni, i territori che compongono questa sistema, le politiche con le pratiche, le Istituzioni con la società civile.

Ritroverete l’elenco di cosa è l’Atlante nell’introduzione del rapporto, ma lo riportiamo anche qui, perché iniziando la lettura del Rapporto, abbiate bene chiara la sua filosofia, i suoi obiettivi, ma anche il vostro ruolo nella sua realizzazione.

L’atlante è uno strumento:
open, consultabile, semplice ma allo stesso tempo ricco di contenuti, che raccoglie le componenti e le dimensioni del tema cibo/città metropolitana;
• aggiornato e aggiornabile dalle unità di ricerca e dalla community tramite un meccanismo di accertamento dei dati che monitora l’evolvere del sistema alimentare;
affidabile, attraverso la tracciabilità della fonte da cui provengono i dati e le loro elaborazioni;
condiviso, attraverso la partecipazione alla raccolta dati e al popolamento della piattaforma oltre che dell’università di enti locali, agenzie competenti, imprese e industria, organizzazioni non governative e altri gruppi della società civile;
di supporto alle decisioni di operatori pubblici e privati che agiscono sul territorio suggerendo attraverso valutazioni del sistema, l’individuazione di strategie di food policy, la costruzione di scenari auspicabili, per una gestione resiliente del sistema alimentare;
informativo ed educativo, per aumentare la conoscenza dei diversi attori coinvolti lungo tutta la filiera (cittadini compresi), rendendo il sistema alimentare e le sue dinamiche più visibili e condivisibili;
• relazionale, perché rende evidenti le connessioni stimola meccanismi di integrazione e cooperazione fra progetti, iniziative, attività legate al sistema del cibo, col fine di ottimizzare le risorse impiegate, aumentarne la massa critica e le ricadute positive sul territorio e la collettività;
partecipativo, attraverso la condivisione dei dati con la cittadinanza e la creazione di gruppi ad hoc per specifiche attività legate al reperimento e inserimento dati.

 

Buona lettura!

 

 

Toward the Turin Food Policy. Good Practices and Visions

PRATICHE by

All’interno del progetto Food Smart Cities for Development Giacomo Pettenati e Alessia Toldo, insieme a Maria Bottiglieri, dirigente del Settore Cooperazione Internazionale e Pace del Comune di Torino, hanno condotto un primo esercizio di mappatura di esperienze virtuose, fra politiche, progetti e pratiche, di tipo istituzionale ma anche di natura marcatamente bottom up, localizzate principalmente all’interno della città di Torino. La mappatura è stata presentata all’interno di una pubblicazione, scaricabile gratuitamente come ebook dal sito di FrancoAngeli (qui il link) che raccoglie anche scritti di altri autori, che riflettono sulle visioni per una futura politica del cibo della città. Il volume è chiuso da uno scritto di Wayne Robert, storico attivista sui temi delle food policies e Direttore del Toronto Food Policy Council dal 2000 al 2012, che propone una serie di riflessioni sulle potenzialità di Torino Metropolitana rispetto ai temi della pianificazione alimentare.

La mappatura delle pratiche, seppur senza pretesa di esaustività (sarà presto disponibile una versione italiana della pubblicazione, con un aggiornamento di una ventina di pratiche) rappresenta un esercizio tanto importante quanto strategico, non solo perché ha aggiunto un tassello in termini di conoscenza e rappresentazioni del sistema alimentare urbano; ma anche perché è stata una buona occasione di dialogo e confronto fra i suoi diversi soggetti, contribuendo potenzialmente a orientare la governance alimentare della città verso un orizzonte di maggiore integrazione, partecipazione e sostenibilità.

La schedatura restituisce un panorama ricco e variegato, segno di un grande interesse e coinvolgimento sui temi del cibo nelle sue varie dimensioni (ambientale, sociale, culturale, economica, ecc.). Una prima analisi tematica, a cui ne stanno seguendo altre legate alla natura dei soggetti, dei territori coinvolti, dei rapporti con le istituzioni, etc…) mostra un primo gruppo che tratteggia l’evoluzione della governance alimentare urbana attraverso la schedatura dei già citati processi e delle progettualità europee di più ampio respiro (fra cui i progetti Torino Smile, Torino Capitale el Cibo, Nutrire Torino Metropolitana).

Nel secondo, invece, vengono presentate quelle esperienze che, pur perseguendo finalità commerciali, si collocano all’interno di una logica più sistemica di promozione e sostenibilità del ciclo alimentare, non solo in termini economici, ma  anche ambientali e sociali. In quest’ottica sono state censite pratiche come quelle degli alternative food networks (i Farmer’s Market, i Gruppi di Acquisto Solidali), ma anche proposte istituzionali e non per la (ri)costruzione e valorizzazione del rapporto fra prodotti locali e territorio e fra produttori locali e consumatori.

Il terzo gruppo raccoglie le progettualità accomunate da obiettivi espliciti di sostenibilità ambientale, in particolare per quanto concerne l’utilizzo agricolo degli spazi verdi, urbani e periurbani, fortemente promosso ed esplicitamente sostenuto dalla pubblica amministrazio­ne attraverso progetti puntuali (gli orti urbani, circoscrizionali, gli orti sociali, ecc.) ma anche iniziative più sistematiche, come il progetto Torino Città da Coltivare.

Il quarto è dedicato alle progettualità di cooperazione internazionale allo svi­luppo sui temi della sicurezza alimentare e del diritto al cibo. La seconda concerne invece la dimensione culturale del cibo, compresi gli eventi che contribuiscono a consolidare l’immagine (esterna e interna) di Torino città del cibo (basti pensare a Terra Madre-Salone del Gusto).

Il quinto ripropone solo alcune delle attività ordi­narie e delle iniziative più puntuali che vedono coinvolti sul tema più ampio del cibo e dell’alimentazione i due atenei (Politecnico e Università) e i tanti centri di ricerca. Questa mappatura di esperienze virtuose è stata un esercizio tanto importante quanto strategico, non solo perché ha aggiunto un tassello in termini di conoscenza e rappresentazioni, seppur non esaustive, del sistema alimentare urbano; ma an­che perché è stata una buona occasione di dialogo e confronto fra i suoi diversi soggetti, contribuendo così a orientare la governance alimentare della città verso un orizzonte di maggiore integrazione, partecipazione e sostenibilità.

Inoltre, il censimento delle pratiche mo­stra la loro generale antecedenza rispetto ai processi di food policy e rivela un tessuto sociale e culturale pronto e maturo per essere coinvolto in una strategia più complessa e strutturata.

In questo senso, se l’obiettivo più importante, allo stato attuale, è far convergere e dialogare pratiche e processi, nonostante scale e micro-finalità differenti, la domanda più cruciale riguarda il territorio pertinente a questa azione di governance: qual è la scala giusta su cui agire? La città, la Città metropolitana? L’area dei comuni metropolitani più prossimi a Torino? E come intrecciare queste diverse scale?
Infine, in questo elenco di questioni aperte non può mancare la necessità di interrogarsi sulle forme di legittimazione dei processi e sui canali di dialogo e azione fra le istituzioni e i decision maker, il possibile soggetto di riferimento delle urban food policy (Food Council o Food Commission) e gli attori del sistema, in un’ottica di costruzione di nuove forme di dialogo tra rappresentanza istituzionale e competenze.

 

Per approfondimenti
Bottiglieri M., Pettenati G., Toldo A., 2016, Toward Turin Food Policy. Good Practices and Visions. Milano: FrancoAngeli.
Bottiglieri M., Pettenati G. , Toldo A., 2016,  Verso la Food Policy di Torino: processi e buone pratiche, Territorio, 79, pp. 27-29, ISSN 1825-8689

Imprenditoria giovanile e agricoltura

RAPPORTI by

L’insediamento di giovani agricoltori è un presupposto fondamentale della politica di sviluppo delle aree rurali. Diversi studi relativi alla costruzione di scenari per i passati Piani di Sviluppo Rurale, che presentano diverse misure di finanziamento ai giovani agricoltori, attraverso i cosiddetti “pacchetti giovani” mostrano come l’età media avanzata dei conduttori di aziende agricole rappresenti uno dei principali fattori di debolezza e precarietà del sistema agricolo regionale. Per dare uno stimolo all’innovazione e alla riqualificazione del settore occorre invece che sempre più giovani scelgano di diventare imprenditori agricoli e contribuiscano al rilancio della competitività del settore. Si presume infatti che i giovani imprenditori agricoli, utilizzando anche strumenti informatici e telematici, siano più portati a mettersi in gioco con la diversificazione, l’innovazione tecnologica e la formazione, in modo da puntare su coltivazioni ed allevamenti che, pur salvaguardando la peculiarità delle produzioni locali, consentano un maggior reddito d’impresa. Quando localizzata in aree collinari e montane, la presenza di giovani agricoltori, che subentrano come conduttori, ma più spesso rappresentano neo-insediati, può contribuire ad aiutare le comunità locali a restare attive, contrastando i fenomeni di spopolamento e preservando i territori dall’abbandono.
Al 2016, il territorio metropolitano ospita 980 imprese agricole a conduzione giovanile. I settori con la maggiore incidenza sono quello relativo all’allevamento e coltivazioni ad esso associate (38%, di cui il 15% relativo all’allevamento e il 23,4% relativo alle coltivazioni) e quello delle coltivazione di colture agricole non permanenti (36,7%) fra cui i cereali (20%) e gli ortaggi (16%). Un’indagine condotta sugli esiti del precedente periodo di programmazione del PSR (2007-2013) caratterizzato dalla misura 112 rivela: (i) come nelle aree montane della Città Metropolitana prevalgano i nuovi insediamenti rispetto ai subentri, che si concentrano nelle zone di pianura (probabilmente in ragione dei costi più contenuti del capitale fondiario, che rendono più accessibile il nuovo investimento in queste zone); (ii) la prevalenza, fra i giovani agricoltori, di uomini, ma una propensione maggiore delle donne al neo-insediamento; (iii) il rapporto solo parziale fra l’imprenditoria agricola giovanile e i finanziamenti erogati dai bandi PSR: “nel periodo interessato dalla misura 112, in Piemonte sono nate 2.503 imprese condotte da giovani imprenditori che, pur avendo un’età inferiore ai 40 anni, non hanno presentato domanda per accedere alla misura. Le motivazioni che possono aver spinto questi soggetti a non presentare la domanda di aiuto sono numerose e articolate: il mancato raggiungimento della dimensione minima aziendale richiesta, l’iter burocratico troppo complesso, l’anticipazione del denaro necessario per gli investimenti, il ridotto importo del sostegno, il vincolo di rimanere a capo dell’azienda per almeno cinque anni e, infine la non conoscenza della misura sono alcune delle cause più probabili”. Nel periodo di programmazione in corso il pacchetto giovani si riferisce alle misure 4.1.2 “Miglioramento del rendimento globale e della sostenibilità delle aziende agricole dei giovani agricoltori” e 6.1.1 “premio per l’insediamento di giovani agricoltori “.

Didascalia: Percentuale delle imprese giovanili sulle imprese totali (Fonte: dati Camera di Commercio 2016)

Credits: foto tratta da https://pixabay.com/p-1343944/?no_redirect

Il sistema alimentare d’emergenza a Torino

RAPPORTI by

In Europa, le dimensioni del fenomeno della povertà alimentare vengono fornite da Eurostat sulla base di uno specifico indicatore riferito alla capacità della persona, o della famiglia, di sostenere almeno una volta ogni due giorni un pasto proteico (sia esso a base di carne, pesce o di proteine vegetali). I dati aggiornati a tutti i paesi UE28 indicano, nel 2013, un valore pari al 10,5% di cittadini europei che non riesce ad accedere a un pasto adeguato. L’Italia si colloca in ottava posizione (14,2%) con valori di povertà alimentare maggiori della media generale e della situazione registrata in tutti gli altri paesi fondatori dell’Unione. Mentre per quanto concerne la capacità di spesa in ambito alimentare, dal 2007 al 2014 si registra un calo del 3,7%[1]. I dati sull’assistenza forniti dall’Agea rivelano che la consistenza degli indigenti “assistiti” è incrementata del 47% fra il 2010 e il 2013, e ha riguardato soprattutto i bambini fino ai 5 anni e gli anziani sopra i 65[2]. A fronte di questi dati, che tratteggiano lo scenario a livello macro, nazionale, si moltiplicano i servizi di aiuto alimentare promossi alla scala locale. Si tratta di pratiche molto diverse fra loro, in risposta alla natura plurale della povertà, anche nella sua accezione alimentare. Una ricognizione (certamente non esaustiva) su quello che possiamo definire il sistema del cibo d’emergenza a Torino mostra come nella città coesistano iniziative differenti, più o meno istituzionali, strutturate o, al contrario, spontanee e dal basso. In termini numerici il ruolo principale è svolto dall’associazione Banco Alimentare del Piemonte Onlus, che nel 2016 ha distribuito cibo (proveniente sia da azioni di recupero, sia da donazioni) attraverso una rete di 180 strutture caritative sul territorio, fra cui molte parrocchie, che distribuiscono pacchi alimentari e 18 mense benefiche presenti sul territorio urbano, di cui un terzo concentrata nel quartiere di San Salvario. In aggiunta a soggetti come il Comune, il Banco Alimentare, la Caritas, la Croce Rossa e altre associazioni soprattutto religiose, negli ultimi anni – anche in ragione di una crescente legittimazione politica[3] – si sono moltiplicati i progetti che, partendo dalla raccolta delle eccedenze, forniscono assistenza alimentare ai cittadini in difficoltà. Una prima rassegna, certamente non esaustiva, ha messo in evidenza diverse pratiche che spaziano dal recupero dell’invenduto nei mercati rionali (come il progetto Fa Bene, attivo a Torino e in diversi comuni metropolitani, il progetto Pane in Comune, attivo sui mercati di Corso Svizzera e Corso Brunelleschi) alla raccolta del cibo non consumato nei congressi e negli eventi (Equoevento Torino) al food sharing, (attivo con il progetto CON MOI nelle ex palazzine del MOI di via Giordano Bruno) ai supermercati ed empori solidali (come quelli dell’associazione Terza Settimana) ai ristoranti sociali (come la Locanda del Parco Colonnetti, gestita dall’associazione Patchanka) fino a realtà più informali (e più difficilmente mappabili) come la rete Food Not Bombs. Queste iniziative, sebbene molto diverse fra loro, sono accomunate dall’obiettivo più ampio di recuperare le eccedenze edibili a fini sociali e ambientali. Molte di queste pratiche si allontanano dagli schemi più tradizionali dell’assistenzialismo per abbracciare approcci innovativi di coinvolgimento e capacitazione dei beneficiari finali.

[1]Caritas (2015), Povertà plurali. Rapporto 2015 sulla povertà e l’esclusione sociale, Roma Caritas Italia.

[2]Cavicchi A. (2015), Nuove povertà, spreco e sicurezza alimentare in Italia, Agriregioni, 11(40), https://agriregionieuropa.univpm.it/it

[3]Legittimazione che inizia, a livello nazionale, con la Legge 155 del 2003 (meglio nota come Legge del Buon Samaritano) e culmina con il provvedimento 166 del 19 agosto 2016 “Disposizioni concernenti la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale e per la limitazione degli sprechi”. A scala locale, invece, è importante ricordare come queste attività possano trovare un riscontro nel provvedimento che, da marzo 2016, riconosce il Diritto al cibo adeguato nello Statuto della Città di Torino.

Localizzazione di alcune iniziative di aiuto alimentare a Torino

Credits: foto tratta da https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/6/6c/Unemployed_men_queued_outside_a_depression_soup_kitchen_opened_in_Chicago_by_Al_Capone%2C_02-1931_-_NARA_-_541927.jpg

La specializzazione di un quartiere: il caso di San Salvario

RAPPORTI by

Nella città contemporanea, i luoghi e le forme del consumo alimentare, in relazione con quelli dell’intrattenimento sono fattori determinanti dei processi di trasformazione di molti centri storici e quartieri, spesso in una prospettiva di gentrification e appropriazione dello spazio pubblico da parte di attività economiche, che generano spazi nei quali si può accedere solo in funzione del consumo. La progressiva specializzazione come aree destinate alla fruizione serale e notturna, attraverso il consumo di cibo e bevande è una delle caratteristiche ricorrenti dei processi che portano porzioni degradate dei centri urbani a riqualificarsi e, in alcuni casi, a vedere radicalmente trasformato il proprio assetto sociale ed economico, talvolta finendo per essere teatro di dinamiche fortemente esclusive nei confronti delle fasce più marginali della popolazione e di impoverimento della diversità culturale, sociale ed economica alla scala di quartiere.
A Torino sono diversi i quartieri che hanno vissuto processi di questo tipo, seppur ciascuno con caratteristiche proprie: per primo il Quadrilatero Romano, seguito da San Salvario e da Vanchiglia, a cui nei prossimi anni, seguendo i segnali che provengono da altre aree cittadine, potrebbero aggiungersi alcune porzioni di Barriera di Milano e di Aurora e magari Porta Palazzo e Borgo Dora[1].
Questa scheda si concentra sul quartiere di San Salvario, analizzando la distribuzione delle attività di somministrazione di cibo nel quadrilatero compreso tra Corso Massimo D’Azeglio, Corso Vittorio Emanuele, via Nizza e Corso Marconi, dove si localizza con maggiore evidenza la specializzazione alimentare del quartiere.
Per quanto il processo di riqualificazione, e in seguito di gentrification, di San Salvario, avviatosi all’inizio degli anni 2000, sia molto complesso ed esito dell’ intreccio di fattori politici, iniziative private e sociali e dinamiche economiche[2], la componente legata al consumo di cibo ha rappresentato fin dall’inizio un elemento centrale del percorso, fino a diventare, nella sua natura multiculturale, una componente caratterizzante del quartiere[3], oggi probabilmente divenuta una componente totalizzante. La mappatura ha rilevato la presenza in questa porzione di San Salvario (corrispondente all’incirca a un quadrato di 400 m. di lato) di circa 210 esercizi commerciali attivi nella somministrazione di alimenti, che sono stati suddivisi in sette categorie specifiche: bar e caffetterie; enoteche e wine bar; street food; gelaterie; locali serali e notturni; pasticcerie; ristoranti. La carta mostra una fortissima concentrazione di attività nel settore del quartiere a ovest di via Madama Cristina e in particolare nel quadrilatero compreso tra le vie Berthollet, Saluzzo, Baretti e S. Anselmo, dove si concentrano decine di locali notturni e ristoranti, che hanno quasi monopolizzato il tessuto commerciale dell’area, con significative conseguenze in termini di desertificazione commerciale diurna e congestione notturna. Per completezza, alle attività mappate sarebbe utile aggiungere anche i numerosi minimarket aperti fino alle prime ore della notte, che aumentano l’offerta di vendita di bevande alcoliche e cibo confezionato. Lungi dall’essere esaustiva nella sua capacità di rappresentare l’evoluzione di un quartiere e la sua progressiva specializzazione legata alla somministrazione di cibo, questa mappatura costituisce un primo passo di uno sguardo più ampio, che si estenderà ad altri quartieri della città e a un’ osservazione dell’evoluzione temporale della distribuzione delle attività commerciali, coerentemente con l’approccio dinamico proposto dall’Atlante.

Didascalia: Distribuzione degli esercizi di somministrazione alimentari a San Salvario (Fonte dati: rilevazione diretta sul campo, Atlante del Cibo di Torino Metropolitana, 2017).

[1]Per una riflessione sulla gentrification a Torino, si veda Semi G. (2015), Gentrification,  Bologna, Il Mulino.

[2]Bolzoni M. (2013), A neighbourhood on the move. Commercial gentrification, social inclusion, and urban change in

Turin, Italy, Tesi di dottorato in sociologia, Università di Torino, XXV ciclo.

[3]Cirio F. e Marchioro C., (2013), Cibo, territorio e multiculturalità: uno sguardo geografico alla tradizione, innovazione, trasformazione di San Salvario”, in Di Somma A. e Donadelli G.(a cura di), Le nuove geografie, Roma, Valmar, pp. 103-110.

Credits: foto tratta da By GJo (Own work) [GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html) or CC BY-SA 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], via Wikimedia Commons

Arca del gusto e Presidi Slow Food: la salvaguardia di filiere locali a rischio di estinzione

RAPPORTI by

Arca del Gusto e Presìdi sono due progettualità realizzate dalla Fondazione per la Biodiversità Onlus, il braccio operativo dell’Associazione Internazionale Slow Food per lo sviluppo di azioni per la tutela della biodiversità e la valorizzazione delle piccole produzioni locali in tutto il mondo.
L’Arca del Gusto rappresenta un’ideale imbarcazione-rifugio che viaggia per il mondo in soccorso delle piccole produzioni di eccellenza gastronomiche minacciate dall’agricoltura industriale, il degrado ambientale e l’omologazione. Il progetto nato nel 1996, cerca, cataloga e segnala sapori che devono essere salvati da situazioni di rischio, ma che al contempo sono ancora vivi e hanno concrete potenzialità. La Commissione Scientifica dell’Arca valuta salumi, formaggi, cereali, ecotipi vegetali e razze locali attraverso precisi criteri di selezione: l’eccellenza gastronomica, il legame con il territorio, l’artigianalità e il rischio di estinzione. Oggi l’Arca del Gusto ospita più di 4389 prodotti in 162 paesi.
I Presìdi nascono nel 1999 per sostenere le produzioni locali a rischio di estinzione, proteggere regioni ed ecosistemi unici, recuperare tecniche di lavorazione tradizionali, salvaguardare razze animali e varietà vegetali autoctone. Il progetto rappresenta la naturale emanazione dell’Arca del Gusto, ma rispetto a quest’ultimo coinvolge direttamente i produttori nella valorizzazione dei prodotti, offrendo assistenza tecnica per migliorare la qualità, organizzando scambi fra diversi paesi, promuovendo non solo i prodotti, ma anche i loro territori, individuando nuovi canali di distribuzione (a livello locale e internazionale). Fino a oggi sono stati creati oltre 500 Presìdi in tutto il mondo, coinvolgendo più di 13.000 piccoli produttori.
Nel territorio della Città Metropolitana di Torino, 20 sono i prodotti entrati a bordo dell’Arca del Gusto, tra cui la Mela Calvilla Bianca e Rossa, la Mela Dominici, la Mela Magnana, la Mela Runsè, il Peperone Corno di Bue di Carmagnola, il Peperone Tumaticot, il Sedano Rosso di Orbassano, il Brut di Villareggia, il Cavolfiore di Moncalieri, la Motsetta, il Murianengo, la Pecora Savoiarda, la Piattella Canavesa di Cortereggio, il Pom Matan, il Ravanello Tabasso, il Rebruchon, il Salignun, la Toma del Lait Brusc, Toma di Balme, il Vitigno Baratuciat.
I prodotti coinvolti nel progetto dei Presìdi sono 9. Qui di seguito ne viene fornito un elenco con l’indicazione delle aree di produzione interne alla città Metropolitana di Torino:

  • Antiche Mele Piemontesi nei Comuni di Bibiana, Pinerolo, Cavour, Bricherasio, Osasco;
  • Vino Carema nell’omonimo comune;
  • Cevrin di Coazze nei comuni di Coazze e Giaveno in Val Sangone;
  • Coniglio Grigio di Carmagnola nel Comune di Carmagnola e nelle aree limitrofe;
  • Mustardela delle Valli Valdesi in Val Pellice, Val Chisone e Val Germanasca;
  • Peperone Corno di Bue di Carmagnola nell’omonimo comune e limitrofi;
  • Piattella Canavesa di Cortereggio nel Comune di San Giorgio Canavese;
  • Saras del Fen in Val Pellice, Chisone e Germanasca;
  • Sedano rosso di Orbassano nell’omonimo Comune.

 

Didascalia: Comuni del Torinese nei quali sono presenti le aree di produzione dei Presidi Slow Food

 

Porta Palazzo: il cuore e il ventre di Torino

RAPPORTI by

Porta Palazzo non è semplicemente un mercato alimentare presso cui fanno la spesa quotidianamente gli abitanti del quartiere[1] e dell’intera città per la varietà di prodotti, i colori, gli odori e i prezzi competitivi. Quello che negli anni 50 era il punto d’incontro di chi era appena arrivato in città e non sapeva dove andare, nel tempo è diventato meta di visita da parte dei sempre più numerosi turisti che soggiornano a Torino, oggetto di studio per coloro interessati al rapporto produttore/consumatore e ai contenuti antropologici che si esprimono tra i banchi del mercato[2], ed è persino entrato nei testi di alcune canzoni per il suo carattere così multiculturale e il suo brulichio incessante di “gente che tira e che spinge” [3]. Si vocifera da più parti che sia il mercato all’aperto più grande d’Europa come estensione e flusso di persone che accoglie, raggiungendo il sabato quasi 100.000 persone.
Dal momento della sua costituzione nel 1835 in Piazza della Repubblica[4], il mercato viene definito cuore pulsante e ventre di Torino, malgrado le difficoltà, il degrado e le diverse tipologie di problemi che lo hanno caratterizzato.
La piazza inizialmente era attrezzata di tettoie per la vendita dei commestibili e per la conservazione delle merci si utilizzano le ghiacciaie, grandi locali nel sottosuolo suddivise in quattro piani sotto il livello della strada.
Attualmente la parte alimentare del mercato coinvolge 366 banchi che si suddividono tra il mercato all’aperto con i banchi di frutta e verdura, altre tre strutture che ospitano rispettivamente il Mercato V alimentare (53), il Mercato Ittico (18) e il Mercato IV alimentare meglio conosciuto come Mercato dell’Orologio (88) che ospita sotto le sue due tettoie  il mercato dei casalinghi e quello dei contadini. Quest’ultimo è un mercato giornaliero che raccoglie, per tradizione familiare da oltre 50 anni, una novantina di produttori che in alcuni casi ruotano nel corso della settimana, a cui si stanno affiancando nuovi produttori agricoli anche di origine extracomunitaria, che hanno insediato la loro attività produttiva nella provincia di Torino. Il mercato dei contadini nacque per riunire le produzioni degli agricoltori delle valli torinesi che portavano in città i loro prodotti.

Suddivisione del mercato di Porta Palazzo per numerosità di banchi

Ai banchi ambulanti fanno da cornice un elevato numero di attività economiche di commercio fisso, che oltre ai generi alimentari (in totale 206 e fra questi spiccano gli esercizi specializzati nella vendita di alimenti cinesi, marocchini e rumeni) si dedicano alla fornitura di servizi quali la ristorazione, phone center, hotel.
Nel periodo 1998 al 2001, la zona del mercato è stata oggetto del progetto “The Gate”, un progetto di riqualificazione urbana, finanziato nell’ambito delle Azioni Innovative del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale. A partire dai risultati del progetto, dal 2002 è stata costituita un’agenzia di sviluppo locale per la rigenerazione sociale, economica e ambientale delle aree di Porta Palazzo e Borgo Dora.

 

[1] Pur essendo percepito in modo unitario proprio per la presenza del mercato, l’area di Porta Palazzo dal punto di vista amministrativo non è un quartiere, ma si colloca all’interno del quartiere di Borgo Dora.

[2] Tra questi: Black R. E. (2012), The anthropology of an Italian market, Philadelphia, University of Pennsylvania Press; Black R. E. (2005), The Porta Palazzo farmers’ market: local food, regulations and changing traditions, Anthropology of food [Online], 4,  URL : http://aof.revues.org/157; Semi G. (2006), Il ritorno dell’economia di bazar. Attività commerciali marocchine a Porta Palazzo, Torino, Stranieri in Italia:Reti migranti, pp. 89-113; Castagnone E. (2008), Migranti e consumi: il versante dell’offerta. Strategie di imprenditoria straniera nel settore del commercio alimentare al dettaglio, Mondi Migranti, 3, pp. 133-150.

[3] Tra queste, Al mercato di Porta Palazzo di Gianmaria Testa.

[4] Al momento della sua costituzione nasce come sostituto ai mercati dapprima insediati in piazza Palazzo di Città e piazza Corpus Domini, che erano stati vietati a causa dell’infierire del colera.

 

 Le produzioni orticole

RAPPORTI by

Analogamente a quanto accade per la frutta, il settore ortivo è innegabilmente uno dei principali ambiti di azione delle politiche e delle pratiche finalizzate alla diffusione delle filiere corte e a una significativa rilocalizzazione dei flussi agroalimentari.
Gli ortaggi di stagione sono infatti i principali prodotti presenti sui banchi dei mercati e dei farmers’ market dei centri urbani dell’area metropolitana torinese e nelle cassette acquistate dai sempre più numerosi utenti dei GAS.
Nel territorio della Città metropolitana di Torino, le aziende agricole impegnate nella coltivazione di ortaggi sono oltre 2000 (dati 2016 Anagrafe Agricola Piemonte), per una superficie complessiva (comprendente anche i terreni coltivati a patate) di circa 2000 ha, rapporto che mette in evidenza la ridotta superficie media delle aziende di questo settore.
Tra le coltivazioni più presenti per estensione (condizionata naturalmente dal diverso “bisogno di spazio” di ciascun prodotto), vi sono zucche e zucchine (oltre 200 ha), patate (197 ha), insalate come lattuga, radicchio e cicoria (130 ha), peperoni (125 ha), asparagi (86 ha) e cavoli e verze (82 ha).
La varietà delle produzioni orticole, soprattutto da parte delle aziende di piccola scala costituisce un interessante cartina tornasole dei processi migratori e delle dinamiche di inserimento dei nuovi torinesi. Analizzando l’evoluzione storica dei prodotti presenti sui banchi dei contadini di Porta Palazzo è evidente infatti come i prodotti utilizzati dalle comunità immigrate che sono arrivate a Torino nel corso dei decenni siano state progressivamente introdotte tra le proprie coltivazioni da parte di molti agricoltori (si pensi alle cime di rapa e ai peperoncini piccanti negli anni ’60-’70). Oggi, inoltre sono sempre più presenti anche agricoltori di origine straniera (per esempio cinese), che coltivano nei dintorni di Torino ortaggi richiesti dalla propria comunità d’origine.
La carta mostra con chiarezza la forte concentrazione della coltivazione di orticole nei comuni collinari a sud e a est di Torino, con un addensamento specifico nei comuni di Carmagnola, Santena e Moncalieri. In questa stessa porzione dell’area metropolitana torinese si concentra anche la maggior parte dei territori di produzione degli ortaggi riconosciuti come prodotti tipici dal Paniere della Provincia di Torino e dai Presidi Slow Food. Nello specifico: l’asparago di Santena, il cavolfiore di Moncalieri, il cavolo verza di Montalto Dora, il topinambur di Carignano, la cipolla piattina bionda di Andezeno, il fagiolo bianco piattella canavesana di Cortereggio, il peperone di Carmagnola, il ravanello lungo di Torino, il sedano rosso di Orbassano e la patata di montagna della Provincia di Torino.
Il caso delle patate merita una citazione distinta. Si tratta, infatti, di una produzione diffusa prevalentemente nelle aree di montagna e rappresenta uno dei potenziali motori di uno sviluppo delle economie di montagna fondato sulla valorizzazione delle specificità locali.

 

Diffusione delle produzioni ortive nel territorio della Città metropolitana di Torino e distribuzione degli areali di produzione dei prodotti tipici (Paniere della Provincia di Torino e Presidi Slow Food). (Fonte: Anagrafe agricola del Piemonte, 2016)

I molteplici volti dell’orticoltura a Torino

RAPPORTI by

Nel corso del tempo l’agricoltura urbana a Torino ha assunto numerosi volti, è cambiata nei numeri e nelle funzioni, seguendo l’evoluzione della città e soprattutto le esigenze dei suoi abitanti[1]. Contrariamente a quanto si possa immaginare, l’agricoltura urbana a Torino non è un fenomeno recente, ma inizia a svilupparsi nel 1600 sotto il regno di Vittorio Amedeo II.  Vengono emesse precise norme per regolare le esigenze alimentari della città, a partire dal sistema di aree ortive/campi presenti negli isolati urbani e dalle cascine situate esternamente alle mura. Questa struttura garantisce una produzione agricola sufficiente ai bisogni della popolazione.
La prima assegnazione a cittadini privati di terreni da coltivare avviene nel corso della Prima Guerra Mondiale per fronteggiare le difficoltà di approvvigionamento alimentare con gli “orti di guerra”. Contestualmente la città adotta un piano di coltivazioni per mettere a coltura importanti aree cittadine. Con l’intento dichiarato di calmierare i prezzi dei principali prodotti agricoli alimentari durante la Seconda Guerra Mondiale viene accelerato il processo dell’agricoltura in città, già avviato con gli orti della Prima Guerra e che si era progressivamente consolidato tra le due guerre con la diffusione della pratica di affittare terreni comunali a privati per usi agricoli. Coltivare parchi e piazze diventa anche uno slogan della propaganda fascista; nel 1942 i covoni di grano raccolti nei campi municipali sono sono trasportati in Piazza Castello per la trebbiatura.
Nell’immediato dopoguerra l’agricoltura urbana si ridimensiona anche a causa della ripresa dell’attività industriale e del successivo boom economico. Tuttavia sono proprio queste le motivazioni alla base del nuovo significato che assumono gli orti urbani negli anni 60-70, quelli principalmente degli operai metalmeccanici immigrati. Accanto alla tradizionale funzione produttiva e integrativa di reddito, l’orto diventa una forma di occupazione del tempo libero, al di fuori della catena di montaggio, che consente di ritornare alla terra, alle origini. Per la gran parte dei torinesi che osservano il fenomeno nel ruolo di spettatori, il convertire spazi verdi urbani in orti è un’attività degradante, crea disordine e attribuisce una connotazione negativa all’immagine della città (Italianostra, 1982).[2]
Prospettiva che oggi possiamo dire essere ampiamente superata: oggi s’inizia a intravedere nell’orticoltura urbana e periurbana la possibilità di valorizzare spazi degradati, di sostenere nuove forme di socialità, di sperimentare tecniche produzione alternative, di favorire attività educative e terapeutiche. Ecco così che oltre alla presenza di orti municipali gestiti dalle Circoscrizioni le cui richieste di assegnazione continuano a crescere, nascono in periferia così come in centro, tutta una serie di esperienze spontanee di gestione individuale e collettiva, superfici indivise date in concessione da privati gestite da comitati di cittadini e associazioni, che vedono nell’attività del coltivare un mezzo di socializzazione e di avvicinamento all’orto come il tramite per una vita e alimentazione più sana (Tecco et al., 2016)[3]. Si diffondono  corsi di giardinaggio e di coltivazione degli orti urbani, siano essi a terra, sul tetto o sul balcone promossi dalle circoscrizioni e dalle associazioni ambientali. Dove esistono già degli orti, sono forniti servizi integrativi quali la didattica e  aree per l’aggregazione.

[1] E’ possibile effettuare un percorso che ripercorre l’evoluzione degli orti urbani a Torino consultando i materiali della mostra della Città di Torino, 2016, “Torino agricoltura in città, cent’anni di orti urbani in mostra”, Assessorato Politiche per lo Sviluppo e l’Innovazione, Smartcity, Lavori Pubblici, Ambiente e Verde, www.agricolturaincittà.to.it

[2] Italia Nostra (1982), Orti urbani: una risorsa, Milano, Franco Angeli.

[3] Tecco N., Sottile F., Girgenti V., Peano C. (2016), Quale governance per gli orti urbani municipali? I casi a Torino e Grugliasco, “Agriregionieuropa”,  44, 12, pp 85-89.

 

 

DIDASCALIA: Evoluzione degli orti urbani nella Città di Torino per superficie (ha) e tipologia  (Fonte dei dati sulle superfici, Città di Torino, Assessorato Politiche per lo Sviluppo e l’Innovazione, Smartcity, Lavori Pubblici, Ambiente e Verde, 2016)

 

Mercati alimentari all’ingrosso: il CAAT e il COMIT

RAPPORTI by

In ambito alimentare i mercati all’ingrosso commercializzano essenzialmente tre categorie di prodotti freschi: ortofrutticolo, ittico e della carne.

Attualmente la città di Torino ospita due realtà di questo tipo: il CAAT, Centro Agro Alimentare di Torino e il COMIT, il Consorzio Mercato Ittico Torino.
Il CAAT è l’evoluzione del primo mercato ortofrutticolo della città, costruito nel 1933 in via Giordano Bruno e rimasto operativo, come si legge nel sito (http://www.caat.it/it) per 68 anni, fino al gennaio 2002. In termini societari, la  Società CAAT S.c.p.A., acronimo che sottintende a “Centro Agro Alimentare di Torino Società Consortile per Azioni nasce nel 1989 con la sottoscrizione da parte del Comune del 91,81 del suo capitale sociale. Il CAAT è attualmente, il terzo Centro Agro Alimentare d’Italia, dopo quelli di Milano e Fondi (LT). Attualmente il CAAT ha una superficie di oltre 550.000 mq, di cui un quinto relativi all’area coperta e i restanti di area 440.000 mq di area mercatale occupata e recintata. La struttura ospita 80 grossisti e circa 58 produttori per un volume di circa 550.000 tonnellate di merci commercializzate all’anno e circa 500/550.000 milioni di euro all’anno di transazioni commerciali.
Nello specifico, le statistiche elaborate e rese note sul sito del CAAT indicano, per il 2015, la commercializzazione di 516.756 tonnellate di merce (meno 12% rispetto al 2008 e più 3 punti percentuali rispetto al 2014) di cui 46% in ortaggi, il 35,5% in frutta fresca, il 17,8% in agrumi e lo 0,7% in frutta secca[1]. Sul sito del CAAT è riportata anche le provenienza delle principali referenze che, nel caso della frutta fresca, degli ortaggi e dei legumi è per circa un quarto locale (34% nel caso della frutta fresca), per quasi il 50% nazionale e per circa un 20% totale dall’Europa e territori extraeuropei (ovviamente la percentuale di prodotti da fuori Europa sala al 40% per referenze come la frutta secca). Analogamente, il sito del CAAT tratteggia il quadro della provenienza per singole referenze (locale, Italia centrale, Sud Italia e Isole), ma anche della destinazione dei prodotti acquistati in relazione ai canali di commercializzazione: il 27% va ai grossisti (16% entro il territorio metropolitano, il restante fuori); il 20% va alla grande distribuzione (solo l’8% viene acquistato direttamente, la restante quota transita per le società di acquisto della GDO); il 30% va agli ambulanti e il 14% ai negozi al dettaglio. Il rimanente 10% viene invece esportato in Francia.
Il COMIT, il mercato all’ingrosso del pesce, nasce invece nel 2012 come consorzio formato da 18 imprese con pluriennale esperienza nel settore (attualmente 16, sul sito http://www.mercatoitticotorino.it/), per collaborare al progetto di gestione, sviluppo e rilancio dell’unica struttura regionale per la vendita all’ingrosso di prodotti ittici. Il COMIT commercializza pesce fresco, pescato, di allevamento, congelato, surgelato, conservato, trasformato/lavorato, secco/salato/affumicato. Considerata la materia prima trattata, il centro garantisce un servizio di controllo per mantenere alti i criteri di sicurezza alimentare e di qualità dei prodotti ittici offerti, con l’obiettivo finale di tutelare la salute del consumatore[2].
Entrambe le strutture possono essere utilizzate anche da privati consumatori secondo un calendario rigido (e piuttosto ridotto).

 

[1] Fonte: http://www.caat.it/it/caat-in-cifre

[2] Fonte_ www.mercatoitticotorino.it

La refezione scolastica nella Città Metropolitana di Torino  

RAPPORTI by

Le mense scolastiche rappresentano un importante strumento di intervento sui sistemi alimentari delle città, per diverse ragioni: perché attraverso una domanda generalmente strutturata possono orientare il mercato e la produzione, ma anche perché attraverso il pasto pubblico è possibile intervenire sulla salute dei giovani utenti e veicolare messaggi di educazione alimentare.

Nell’anno scolastico 2014-2015, 257 comuni (su 315 totali) hanno una struttura scolastica. Di questi, 254 hanno offerto ai loro studenti il servizio mensa, coinvolgendo 1321 scuole, per un totale di circa 20 milioni di pasti all’anno. Considerato un costo medio del pasto a base d’asta di 4.72 euro, il valore annuo degli appalti delle ristorazione scolastica metropolitana, per il 2014/2015, si è aggirato sui 90 milioni di euro.
La quasi totalità dei comuni analizzati (218, cioè l’86% del totale) ha scelto l’esternalizzazione del servizio, che prevede il suo affidamento mediante appalto pubblico a soggetti terzi secondo il principio dell’offerta economicamente più vantaggiosa. 148 comuni (il 58% del totale) hanno scelto di affidare l’incarico ad aziende di ristorazione. Nel restante 42%, che corrisponde soprattutto a piccoli comuni, il servizio è affidato a realtà diverse come hotel e ristoranti, mense di enti religiosi, di scuole parificate e residenze per anziani, cooperative sociali. La gestione diretta, che implica al contrario il mantenimento all’interno della struttura appaltante dell’intera filiera della ristorazione, è presente solo in 2 comuni di dimensioni relativamente ridotte.

Tabella: Azioni per la sostenibilità ambientale, economica e sociale delle mense scolastiche

PRODUZIONE DISTRIBUZIONE CONSUMO POST-CONSUMO
DIMENSIONE AMBIENTALE  agricoltura biologica

lotta integrata

mezzi di trasporto ecologici

piano logistico ottimizzato

Stovigliato riutilizzabile;
Acqua da rete idrica
Detergenti ecologici
No monoporzioni
Sacchetti biodegradabili
Packaging ecologico
Cucine a basso impatto
Progetti di educazione alimentare sul tema della sostenibilità ecologica
Monitoraggio scarti
Raccolta differenziata
DIMENSIONE ECONOMICA Prodotti locali Impiego di personale locale
DIMENSIONE SOCIALE Equo-solidale
Agricoltura sociale
Redistribuzione delle eccedenze

 

La tabella riporta le azioni finalizzate a incrementare la sostenibilità del servizio, in termini ambientali, sociali ed economici. Da un’analisi effettuata attraverso la somministrazione di questionari e lo studio dei documenti di appalto (capitolati e tabelle merceologiche) si evidenzia il ricorso ad azioni di tipo ambientale, come la raccolta differenziata, l’uso di stovigliato riutilizzabile, di acqua potabile e detergenti ecologici, il monitoraggio degli scarti. Più rara, anche in relazione ai costi, la scelta di mezzi ecologici e di cucine a basso impatto. Per quanto concerne l’utilizzo di prodotti da agricoltura biologica, il 77% dei comuni inserisce il biologico come criterio di premialità. Tuttavia, il numero di derrate biologiche richieste è generalmente molto basso (il 75% dei comuni richiede da una a tre derrate sulle 13 analizzate).
Su 190 comuni analizzati in merito alla presenza di criteri legati alla provenienza dei prodotti, il 90% dei comuni indica una provenienza ma il 76% introduce il livello nazionale, il 14% il livello regionale e solo il 10% indica una provenienza locale.
Scarsa la presenza di criteri di sostenibilità sociale: solo il 10 % dei comuni indica l’utilizzo di prodotti equosolidali e il recupero delle eccedenze come prerequisito, mentre l’agricoltura sociale è menzionata da soli 9 comuni.

 

Distribuzione del servizio scolastico in Città Metropolitana (anno scolastico 2014-2015)

 

 

1 2 3
Go to Top